Laurino Alfredo – Sgt./BSM – 1°/59 – Istruttore Corso ACS

Sgt/BSM Laurino Alfredo

Arrivo nella Tana dei Leoni:

Taranto, giovedì 21 febbraio 1979, con la solita stramaledetta pioggerellina, caricammo i nostri zaini sui pullman che ci avrebbero condotti a Brindisi, quella volta, noi partimmo e pochi altri rimasero a salutarci agitando mani e berretti, eravamo circa cinquanta a bordo, muti, non una parola, silenzio assordante. Per l’ultima volta vidi i leoni a guardia dell’ingresso di Maricentro, in pochi minuti imboccammo la statale 7, con una grande curva la strada si inerpicò lungo una rampa che portava al nuovissimo ponte di Punta Penne, che avevamo visto tante volte riempire l’orizzonte dal comprensorio di Maricentro. Il bus sfrecciava sul viadotto in cemento, le ruote producevano un suono ritmato al loro passaggio sulle connessioni in acciaio della campata altissima sul mare, per la prima ed ultima volta, ebbi la possibilità di vedere con un unico colpo d’occhio tutta l’area della caserma: il campo di calcio, il campaccio, le palazzine est ed ovest, il corpo mense, gli alloggi dei residenti, il fabbricato delle aule, l’infermeria, l’ingresso monumentale con il Corpo di Guardia ed i viali, calpestati per chilometri, ogni santo giorno con il vento e la pioggia, durante le interminabili marce e tante volte ramazzati e liberati dalle foglie dei platani.

Come a voler rompere definitivamente con Taranto e l’esperienza che mi stavo lasciando alle spalle, davanti a noi, verso la direzione di Brindisi comparve, in una porzione di cielo finalmente azzurra, il sole: caldo, luminosamente accecante e che gettava finalmente luce e soprattutto colore su tutto il panorama della pianura che si stendeva intorno a noi. L’animo si rinfrancò non poco contemplando tutto quel verde, i campi coltivati e le fila interminabili ed ordinate degli ulivi e mentre correvamo sul nastro asfaltato della strada, mi domandavo, e non soltanto io, che cosa mi aspettasse al San Marco.

Il viaggio proseguì con tranquillità, per circa un’ora e un quarto, la strada innanzi a noi era praticamente una linea retta, senza valli o colline da superare, i paesi si susseguirono con regolarità: Grottaglie, Francavilla Fontana, Latiano, Mesagne e poi, annunciata dalla presenza di una enorme struttura tonda in acciaio (che più in là, scoprii essere un’antenna di proprietà USA), ecco la città di Brindisi. Forse fu la necessità inconscia di una speranza nuova, dopo tanto grigiore, fatto sta che la cittadina mi fece una buona impressione, ariosa e ridente, anche la periferia che altrove, di solito, è sporca e degradata, si notava solo per la mancanza di negozi e per i palazzi più bassi e meno eleganti. Ritornando al nostro viaggio di trasferimento, dopo l’ingresso in città, lasciammo il centro ed in pochi minuti fummo di nuovo in periferia, in una zona comunque molto nuova, anzi mi sembrò un quartiere residenziale, con viali spaziosi e molto verde, c’era poco traffico, questo lo ricordo bene, ad un tratto spuntò un enorme agglomerato industriale: annunciato da segnaletica e da cartelli indicatori, ci trovammo innanzi alla Montedison, un vero mostro, che si affacciava praticamente sul mare. Lasciammo il complesso industriale sulla nostra destra, i pullman imboccarono una stradina ad un’unica corsia, sulla sinistra, che attraverso un istmo, ci portò ad una sbarra presidiata da una guardia armata con un fucile tipo mitra ed in tuta mimetica, alle sue spalle c’erano una garitta ed una piccola costruzione che fungeva sicuramente da Corpo di Guardia.

Era un’isola, piccola e bassa, battuta da grossi e violenti marosi e flagellata da un vento teso carico di acqua di mare polverizzata che si appiccicò sui vetri dei bus, ci fermammo in un piazzale irregolare, praticamente deserto tranne che per poche figure in lontananza. Davanti a noi sulla sinistra si intravedeva un capannone in cemento, sullo sfondo una sorta di enorme bunker (che si riconosceva dalle pareti in cemento armato esageratamente spesse), sopra di questo una serie di antenne per rilevazioni aeree, completavano il “quadretto” pochi altri edifici, ad un piano, che immaginai fossero i dormitori e la mensa, al centro del piazzale una sorta di montarozzo, circondato da pietre bianche con piccole aiuole, sormontato da un’asta sulla quale sventolava la bandiera italiana con le quattro repubbliche marinare. Nelle voci che correvano a Taranto si descrivevano un gruppo di isolette sparute, vicino Brindisi, dove era d’istanza il BSM: Isole Pedagne. Eccole quindi, a parte la principale dove mi trovavo quel giorno che era un’area di addestramento, le altre 6 o 7 erano solo degli scogli non abitate e senza vegetazione, rifugio di solo animali o uccelli marini.

Salì a bordo del nostro pullman un sergente che con fare spiccio ci intimò di scendere una volta sentito il proprio nome; iniziò così lo svuotamento del mezzo, ad ogni nome urlato si liberava un posto, fino a che il sergente, scambiate poche parole con il conducente, scese e le porte si richiusero. I pullman dopo una breve manovra, lasciarono le Pedagne, senza che uscisse un suono dalle nostre labbra, ci scambiammo tutti sguardi carichi di interrogativi dai nostri posti occupati ormai solo a macchia di leopardo, dopo il vuoto lasciato dai compagni di viaggio scesi poco prima, noi dove saremmo finiti? Ora le domande scaturirono a voce alta, le risposte di ognuno non furono esaustive, anzi crearono ancora più confusione ed incertezza. Nel mentre, fummo di nuovo in città, dopo un giro tortuoso arrivammo a costeggiare sulla nostra destra un grosso ed antico muro di cinta, alla fine della strada, sempre sulla destra, varcammo un portone medioevale con l’onnipresente Corpo di Guardia, presidiato da un sergente con cinturone bianco d’ordinanza che ci squadrò con una strana espressione e un sorriso sardonico che lì per lì non compresi, poi ancora un marò e un sottufficiale dei Carabinieri. Eravamo all’interno di un castello, dopo l’ingresso davanti a noi s’intravedeva un ponte levatoio che superava un largo fossato, la strada proseguiva sulla sinistra dell’ingresso, oltre il fossato alla nostra destra, la cittadella protetta da solide torri offriva uno spettacolo assolutamente non previsto, come un anacronismo, esasperato dalla presenza di uomini in divisa, armi e mezzi decisamente moderni e fuori luogo in quell’ambiente antico, dove ti aspetti di vedere cavalieri in cotta ed armatura, alabarde ed archi. Dopo meno di cento metri, i bus si fermarono. Dal nostro ingresso, si era formato nel frattempo, un codazzo variopinto, che circondò rumorosamente i pullman, uomini in diverse divise, mimetica, ordinaria, jeans e una tenuta color sabbia. Eravamo decisamente, ma inaspettatamente, al centro dell’attenzione generale, si coglieva un’eccitazione inquietante, la folla pareva volesse divorarci, gesticolavano ed urlavano frasi incomprensibili e apparentemente senza senso. Questo fantasticare, fu letteralmente spazzato via, dal balzo felino di un sergente maggiore dell’Esercito (Ma non eravamo in Marina?), che con l’impeto di un tornado, si pose al fianco dell’autista, richiamando su di se l’attenzione di tutti i presenti: il piccolo basco nero con un fregio in metallo, era portato di sghembo, capelli e barba alla moschettiere nerissimi, erano perfettamente intonati al colorito bruno del volto visibilmente cotto dal sole, insomma non un damerino da ufficio! Il fisico era possente, vestito con una mimetica, stretta in vita da un cinturone, calzava un paio di anfibi neri ed aveva fra le mani una pandetta, dalla quale lesse urlando, i nostri nomi, ordinandoci: “Scendere velocemente dal torpedone, prendere il proprio sacco, raggiungere di corsa il camerone assegnatovi, veloci, di corsa, muoversi muoversi, di coooorsaaaaaa!” La voce era un ruggito rabbioso, roca e alta da sfondare i timpani, perfettamente modulata per impartire ordini, e poi gli occhi! Spiritati, guizzanti, sgranati al limite dell’orbita, pareva urlassero anche loro, a completare il quadro intorno alla bocca si formò una bava, bianca e densa, che veniva sputata ovunque, mentre urlava come un demone dell’inferno: Mangiafuoco, ecco a chi assomigliava, era proprio lui!

Il ritmo era forsennato, affardellati dagli zaini pieni all’inverosimile, attraversammo due ali di gente che urlavano come ossessi: “pio, pio, pio” , “pio, pio ,pio”  ”reclute, finalmente!”, uno addirittura, quasi si fece travolgere, dalla corsa di uno di noi quando parandosi davanti all’improvviso e inginocchiato come ad adorare un idolo, urlò “ Grazie, mi hai portato il congedo!!!” e poi da ogni sergente incontrato: “Figli!” , “figli miei, finalmente”. Sembrava una gabbia di matti, un manicomio.

Non ci capivamo niente. I pullman si erano fermati in uno spiazzo, all’altezza di un ponte lungo circa una quindicina di metri, posto ad un’estremità del forte, che attraversava il fossato profondo circa dieci metri, finito il ponte ed entrati nel castello, la stradina si sviluppava sulla destra in un vialetto stretto, chiuso da un lato dall’alto muro di cinta e dall’altro, dalle pareti  della cittadella; dalle finestre di quest’ultima si affacciavano numerose persone, che a modo loro ci davano il benvenuto con le stesse modalità di quelli che avevano circondato i pullman.

Sempre di corsa, attraversammo una sorta di enorme androne senza luce, dalla volta a botte quindi svoltammo a sinistra entrando nel piazzale interno del castello, dove c’erano vari ingressi, il primo sulla sinistra al piano terra, era quello assegnato a noi. L’ingresso del locale era costituto da una stanza di circa venti metri quadri, come unici arredi una bacheca in legno appesa a destra dell’ingresso e una scrivania da ufficio con relativa sedia, appena oltre questi, si entrava in un piccolo corridoio che si diramava a T, a destra i DOA,  a noi fu indicato il camerone ACS a sinistra, dove posammo alla carlona tutti i nostri bagagli, quindi ritornammo nella saletta d’ingresso dove ammassati alla meglio ascoltammo le prime istruzioni e conoscemmo il nome ed il grado dei nostri superiori: il Sergente Maggiore bersagliere Duilio Bernabei (il pazzo scatenato) ed i Sergenti di leva Adriano Bertaggia e Renato Galli, entrambi toscani di Albinia. Dopo le solite operazioni di casermaggio e l’assegnazione del posto letto ed armadietto personale, finalmente capiente, fummo subito divisi nelle seguenti tre squadre operative:

1^ squadra 2^ squadra 3^ squadra
Vallucci Fasiello Agosta
Campagna Gambina Ravaioli
Bellavia Grillo Guardascione
Incardona Diara Verde
Catalano Dispoto Laurino
Di Somma Giammanco Manganella
Surdo Germanò Lombardo
Santopaolo Esposito Mele

Completavano il gruppo: Fuoco, De Santis, Forte, Bonanno, Massaccisi, D’Amato, Attardi, Sergenti e Paternò, di tutti questi, solo i primi quattro rimasero con noi per tutta la durata del Corso, anche se a fasi alterne, mentre gli ultimi cinque furono inviati a diversa destinazione, non avendo a quel che sembrava, una posizione ben chiara e definita all’interno del Battaglione, in pochi giorni andarono via e non ne sapemmo più nulla.